Rialzo dei tassi della Fed: quali le possibili conseguenze per l’Europa e per i mutui?

Come previsto, la Fed ha messo fine alla lunga era del denaro a costo zero, inaugurata esattamente sette anni fa, quando l’allora presidente dell’istituto centrale americano, Ben Bernanke, annunciò l’ultimo taglio ai tassi di interesse, da allora e fino a ieri attestati allo 0-0,25 per cento. Ma quali saranno le possibili conseguenze, non solo per gli Usa, ma anche per l’Europa e per i mutui?

Janet Yellen, che prese il suo posto a febbraio 2014, ha comunicato, invece, il primo rialzo dei saggi dal 2006. Una mossa che si era cominciata ad attendere già verso la fine dell’estate, rinviata in seguito a qualche turbolenza finanziaria di troppo. In pochi scommettevano su un ulteriore rinvio, che pure avrebbe avuto i suoi motivi, considerato il crollo dei prezzi del petrolio e delle materie prime in generale e le conseguenze sui Paesi emergenti.

Ma la Federal Reserve guarda ai numeri americani, che avallano la scelta: ai 2,3 milioni di posti di lavoro creati nel 2015, al tasso di disoccupazione sceso sotto il 5% e previsto al 4,7% per l’anno prossimo. Alla revisione al rialzo delle stime di crescita, attestatesi ora al 2,4% per il 2016. Unica nota stonata è quella dell’inflazione, sotto le attese e preventivata all’1,6% per l’anno venturo.

Non abbastanza per posticipare una scelta già ampiamente scontata dai mercati e, alla fine, ben accolta. Il Dow Jones ha, infatti, terminato la seduta di ieri con un rialzo dell’1,28 per cento, il Nasdaq dell’1,52 per cento. Ma che appaiano finiti i tempi in cui anche solo ventilare un aumento del costo del denaro portasse a crolli in Borsa lo testimoniano ancor di più listini di altre latitudini. Gli europei in primis e Milano fra tutte. Piazza Affari ha terminato la seduta di ieri con un guadagno del 3,7% e oggi vola ancora.

Tassi Fed vs Bce

È del tutto evidente che la Bce non può permettersi di seguire il percorso intrapreso dalla Fed, in piena “exit strategy” dalle politiche ultraespansive degli ultimi anni. Avendo per lungo tempo (soprattutto quando a guidarla era Jean Claude Trichet) camminato troppo lentamente nell’altro senso, l’Eurotower si trova oggi in netto ritardo, ben lontana dal poter concludere i programmi di stimoli che, anzi, ha leggermente ampliato nella riunione di inizio dicembre.

Ciò significa che, nel giro di un anno, la forbice che separa i tassi europei da quelli americani potrebbe raggiungere e superare il punto percentuale. Le conseguenze più immediate dovrebbero aversi sull’euro, che appare destinato a indebolirsi ulteriormente nei confronti del dollaro, fino anche a sfondare al ribasso quella soglia (psicologica e non solo) della parità, non così lontana (il cambio attuale è 1,09).

A fregarsi le mani sono, dunque, principalmente gli esportatori. Mentre gli investitori potrebbero spostare oltre Atlantico capitali alla ricerca di rendimenti un po’ più sostanziosi di quelli che possa offrire l’Europa dei tassi a zero.

Conseguenze sui mutui?

Se l’avvio di una fase rialzista non è certamente positivo per chi deve accendere un mutuo negli Stati Uniti, ben limitate dovrebbero essere, invece, le conseguenze per chi, in Europa, lo ha già o prevede di avviare le pratiche nei prossimi mesi. Per quanto, a lungo andare, qualche riflesso dei movimenti dall’altra parte arriverà anche sul Vecchio Continente, quando si ha come benchmark l’Euribor è assai improbabile assistere a scosse violente, finché il contesto europeo sarà l’attuale. Questa mattina i futures su marzo hanno sì mostrato un incremento, ma appena dello 0,005 per cento. Un assestamento assolutamente ordinario.

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