I rendimenti del residenziale crescono fino al 5,7% nel secondo trimestre

Secondo uno studio realizzato da idealista, l’investimento immobiliare in Italia è sempre più redditizio, doppiando – nel peggiore dei casi – il rendimento dei Titoli di Stato a 10 anni. A parte i box, il cui rendimento annuo lordo è rimasto invariato al 4,9% rispetto a un anno fa, tutti gli altri segmenti property hanno segnato incrementi negli ultimi 12 mesi.

L’analisi, che mette in relazione i prezzi di vendita e affitto delle diverse tipologie immobiliari per calcolare il loro rendimento lordo, evidenzia il balzo maggiore nel residenziale, che passa da una redditività del 5% al 5,7%, determinata dal calo tendenziale del prezzo delle abitazioni e dal positivo andamento del mercato degli affitti. Il commerciale (negozi) resta l’investimento immobiliare più redditizio. Acquistare un locale commerciale per affittarlo offre una redditività pari all’8,1%, contro il 7,8% dell’anno scorso. In crescita anche gli uffici, dal 6,9% al 7,4%.

Rendimenti nel residenziale

Con un tasso pari al 7,9%, Biella e Belluno sono al top dei rendimenti delle abitazioni, seguite da Brindisi e Siracusa, entrambe al 7,1%. All’opposto, Siena (3,3%) è il fanalino di coda, precedendo Caserta e Pesaro con il 3,6%.

Tra i grandi mercati, Milano (5,7%) primeggia davanti a Torino (5,6%) e Bologna (5,4%). Roma si ferma al 4,8%, mentre Napoli chiude la graduatoria con un 3,8%.

Rendimenti dei locali commerciali (no capannoni)

Milano (16,3%) sale al primo posto del ranking dei rendimenti nel settore retail, che resta il prodotto con i maggiori tassi di rendimento. Alle spalle del capoluogo meneghino troviamo Genova (15,7%) e Bologna (12,9%). A Roma la redditività ammonta al 9,9%, mentre a Napoli scende al 9,3%.

Dal lato opposto, i rendimenti meno attrattivi per gli investitori si registrano a Padova (5,5%), Bergamo (5,2%) e Piacenza (4,8%).

Rendimenti degli uffici

Registra un incremento il settore degli uffici, che vede Modena (8,3%) e Reggio Emilia (7,6%) in testa ai rendimenti. Con ritorni superiori al sette per cento si segnalano anche Catania (7,4%), Bergamo (7,2%), Milano (7,1%) e Prato (7,1%).

Genova (4,1%), Brescia (5,1%) e Piacenza (5,3%) presentano i rendimenti più bassi tra i centri rilevati. Il mercato non è così uniforme come gli altri prodotti immobiliari, per cui è impossibile rilevare i dati statistici di oltre la metà dei capoluoghi italiani.

Rendimento dei box 

I box auto sono il prodotto meno profittevole per gli investitori in quasi tutti i mercati monitorati, con rendimenti lordi comunque nettamente superiori ai buoni a 10 anni, anche nel “caso limite” di Genova (3%), la città dove i box rendono meno. Delle 12 città monitorate è Monza (5,1%) la più profittevole, seguita da Bari (4,7%) e Bologna (4,6%). Stabili i valori rispetto a un anno fa a Milano (4,4%) e a Roma (4,3%), alle loro spalle sale Napoli al 3,9%.

Annunci

Bonus mobili ed elettrodomestici, per quali acquisti spetta la detrazione

Per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+(A per i forni), destinati ad arredare un immobile oggetto di ristrutturazione, è possibile usufruire di una detrazione Irpef del 50%. Vediamo per quali acquisti spetta la detrazione.

Il bonus mobili ed elettrodomestici spetta per l’acquisto di:

  • mobili, come ad esempio letti, armadi, cassettiere, librerie, scrivanie, tavoli, sedie, comodini, divani, poltrone, credenze, materassi, apparecchi di illuminazione. E’ escluso l’acquisto di porte, pavimentazioni (per esempio, il parquet), tende e tendaggi, altri complementi di arredo;
  • elettrodomestici nuovi di classe energetica non inferiore alla A+ (A per i forni), come rilevabile dall’etichetta energetica. L’acquisto è comunque agevolato per gli elettrodomestici privi di etichetta, a condizione che per essi non ne sia stato ancora previsto l’obbligo. Rientrano nei grandi elettrodomestici, per esempio: frigoriferi, congelatori, lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, apparecchi di cottura stufe elettriche, forni a microonde, piastre riscaldanti elettriche, apparecchi elettrici di riscaldamento, radiatori elettrici, ventilatori elettrici, apparecchi per il condizionamento.

Tra le spese da portare in detrazione si possono includere quelle di trasporto e di montaggio dei beni acquistati.

Indipendentemente dall’importo delle spese sostenute per i lavori di ristrutturazione, la detrazione del 50% va calcolata su un importo massimo di 10.000 euro, riferito, complessivamente, alle spese sostenute per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici. Inoltre, la detrazione deve essere ripartita tra gli aventi diritto in dieci quote annuali di pari importo.

Per gli interventi di ristrutturazione iniziati nel 2016 (anche se proseguiranno nel 2017), l’importo massimo di 10.000 euro deve essere considerato al netto delle spese sostenute nello stesso anno e per le quali si è fruito della detrazione.

Il limite dei 10.000 euro riguarda la singola unità immobiliare, comprensiva delle pertinenze, o la parte comune dell’edificio oggetto di ristrutturazione. Quindi, il contribuente che esegue lavori di ristrutturazione su più unità immobiliari avrà diritto più volte al beneficio.

La detrazione per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici si ottiene indicando le spese sostenute nella dichiarazione dei redditi (modello 730 o modello Redditi persone fisiche).

Spese ristrutturazione e risparmio energetico, in caso di comproprietà ecco a chi spetta la detrazione

Se si è comproprietari di un’unità immobiliare e si effettuano spese di ristrutturazione dell’immobile comprendenti anche interventi sulla casa per il risparmio energetico, a chi spetta la detrazione? Solo a chi ha effettuato i relativi pagamenti o a entrambi? L’associazione dei geometri fiscalisti, Agefis, ha offerto alcuni chiarimenti.

Nel dettaglio, l’Agefis ha spiegato che sia le spese relative agli interventi di recupero del patrimonio immobiliare esistente, di cui all’articolo 16-bis TUIR, sia quelle relative agli interventi finalizzati al risparmio energetico, di cui all’articolo 1, commi da 344 a 349 della Legge n. 296 del 27 dicembre 2006 (Legge finanziaria per il 2007), possono essere portate in detrazione dal soggetto che effettivamente le ha sostenute a prescindere dalla quota di possesso dell’immobile.

In questo senso si era già espressa la Circolare del 24 febbraio 1998 n. 57 del Ministero delle Finanze – Dipartimento Entrate – Affari Giuridici – Servizio III, titolata “Articoli 1 (commi 1, 2, 3, 6 e 7) e 13 (comma 3) della legge 27 dicembre 1997, n. 449. Interventi di recupero del patrimonio edilizio e di ripristino delle unità immobiliari dichiarate o considerate inagibili in seguito agli eventi sismici verificatisi nelle Regioni Emilia-Romagna e Calabria”, secondo cui “nel caso di comproprietà o di contitolarità del diritto reale, ciascun comproprietario o contitolare, indipendentemente dalla percentuale di possesso dell’immobile, ha diritto a calcolare la detrazione in relazione alle spese sostenute ed effettivamente rimaste a carico”.

Tali precisazioni hanno valore anche per le spese sostenute per interventi finalizzati al risparmio energetico di cui al citato articolo commi da 344 a 349 della Legge n. 296 del 27 dicembre 2006 (Legge finanziaria per il 2007).

La rivincita del tasso variabile, perché adesso puo’ essere davvero conveniente

Quando si parla di mutui, il tasso fisso è l’indiscusso vincitore. Eppure dal 2015 l’indice Euribor – il tasso di riferimento che indica il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le principali banche europee e che serve per il calcolo dell’indicizzazione dei mutui ipotecari a tasso variabile – viaggia in terreno negativo. La convenienza raggiunta dai mutui a tasso fisso legata alla certezza di non vedersi variare la rata nel corso del tempo hanno fatto prediligere nettamente questa soluzione. Ora, però, il quadro sta cambiando e i mutuatari potrebbero fare un altro tipo di scelta.

Rispetto a un anno fa lo scenario è mutato. Con la crescita dell’inflazione nell’Eurozona, i tassi Irs – che vengono sommati allo spread deciso dalla banca per ottenere il tasso fisso da applicare al mutuo – dopo aver toccato i livelli minimi sono risaliti e questo ha spinto in alto il tasso fisso applicato dalle banche. Di contro, negli ultimi 10 mesi il variabile è sceso. Così il differenziale tra i due tassi è cresciuto del 70%.

Ad oggi, sottoscrivere un mutuo a tasso fisso comporta accettare un tasso maggiore di oltre l’1% rispetto al variabile. I mutuatari sanno che scegliendo il variabile vanno incontro a un aumento dei tassi, ma molti cominciano a capire che i rialzi dovrebbero essere lenti e graduali, confortati dalle parole del governatore della Bce, Mario Draghi.

Le previsioni sull’andamento dell’Euribor a 3 mesi dicono, inoltre, che l’attuale tasso variabile andrà ad eguagliare l’attuale fisso solo fra cinque anni.

Ecco, dunque, che tutti questi fattori messi insieme potrebbero spingere il tasso variabile e ribaltare uno scenario che negli ultimi tempi ha visto primeggiare la scelta del tasso fisso.

In arrivo il Fondo salva-case: acquisterà all’asta gli immobili in pancia alle banche

E’ stata avanzata dal deputato del Pdl Fabrizio Di Stefano una proposta di legge per la creazione di un Fondo Patrimonio Italia, il cui compito sarà quello di acquistare in asta giudiziaria gli immobili in garanzia degli npl in pancia alle banche.

Con una dotazione base di 500 milioni di euro l’anno fino al 2019, il veicolo dovrebbe acquistare gli attivi tossici delle banche, che potrebbero così rientrare del credito, dando allo Stato degli asset da valorizzazione. Gli immobili dovrebbero essere acquistati in seconda asta, garantendo così un ulteriore 25% di ribasso. Qualora il portafoglio di immobili sia particolarmene attraente, il Fondo potrebbe anche decidere di partecipare con un’acquisto in blocco.

La normativa potrebbe prevedere anche la concessione ai soggetti più deboli degli immobili a canone agevolato. In questo modo gli immobili potranno ricevere l’adeguata manutenzione e non perdere valore. La proposta di legge potrebbe entrare nella prossima legge di bilancio.

La rivincita del tasso variabile, perché adesso puo’ essere davvero conveniente

Quando si parla di mutui, il tasso fisso è l’indiscusso vincitore. Eppure dal 2015 l’indice Euribor – il tasso di riferimento che indica il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le principali banche europee e che serve per il calcolo dell’indicizzazione dei mutui ipotecari a tasso variabile – viaggia in terreno negativo. La convenienza raggiunta dai mutui a tasso fisso legata alla certezza di non vedersi variare la rata nel corso del tempo hanno fatto prediligere nettamente questa soluzione. Ora, però, il quadro sta cambiando e i mutuatari potrebbero fare un altro tipo di scelta.

Rispetto a un anno fa lo scenario è mutato. Con la crescita dell’inflazione nell’Eurozona, i tassi Irs – che vengono sommati allo spread deciso dalla banca per ottenere il tasso fisso da applicare al mutuo – dopo aver toccato i livelli minimi sono risaliti e questo ha spinto in alto il tasso fisso applicato dalle banche. Di contro, negli ultimi 10 mesi il variabile è sceso. Così il differenziale tra i due tassi è cresciuto del 70%.

Ad oggi, sottoscrivere un mutuo a tasso fisso comporta accettare un tasso maggiore di oltre l’1% rispetto al variabile. I mutuatari sanno che scegliendo il variabile vanno incontro a un aumento dei tassi, ma molti cominciano a capire che i rialzi dovrebbero essere lenti e graduali, confortati dalle parole del governatore della Bce, Mario Draghi.

Le previsioni sull’andamento dell’Euribor a 3 mesi dicono, inoltre, che l’attuale tasso variabile andrà ad eguagliare l’attuale fisso solo fra cinque anni.

Ecco, dunque, che tutti questi fattori messi insieme potrebbero spingere il tasso variabile e ribaltare uno scenario che negli ultimi tempi ha visto primeggiare la scelta del tasso fisso.