Modello 730/2018: detrazioni per le spese di ristrutturazione di una casa

Nel modello 730/2018 è possibile portare a detrazione le spese sostenute per la ristrutturazione della propria casa nell’anno di imposta 2017.

Documenti da presentare per 730 ristrutturazione edilizia

Per usufruire delle detrazioni i contribuenti dovranno conservare i seguenti documenti: domanda di accatastamento; ricevute di pagamento dell’imposta comunale Ici-Imu; delibera dell’assemblea per l’esecuzione dei lavori (parti comuni edifici residenziali) e tabella della ripartizione delle spese; dichiarazione di consenso all’esecuzione dei lavori; concessioni, autorizzazioni allo svolgimento dei lavori o dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà indicante data di inizio dei lavori e compatibilità con le spese ammesse al Bonus ristrutturazioni.

Inoltre per godere delle detrazioni fiscali è necessario che i pagamenti siano effettuati con bonifico bancario o postale. Nel bonifico dovranno essere indicati i seguenti dati:

causale del versamento: Bonifico relativo a lavori edilizi che danno diritto alla detrazione prevista dall’articolo 16-bis del Dpr 917/1986;

codice fiscale del beneficiario della detrazione;

codice fiscale o Partita Iva del beneficiario del pagamento.

Compilazione 730 ristrutturazione edilizia

Per usufruire delle detrazioni previste per le spese di ristrutturazione si dovrà procedere alla compilazione del Quadro E sez III-A II-B dal rigo E41 al E53 del modello 730/2018.

Colonna 1 (Anno): indicare l’anno in cui sono state sostenute le spese (dal 2008 al 2017).

Colonna 2,compilare questa colonna solo nei seguenti casi:

  •  spese sostenute nel 2012;  spese sostenute per interventi relativi all’adozione di misure antisismiche nel 2013, 2014, 2015, 2016 o nel 2017.
  • Colonna 3 (Codice fiscale): la colonna va compilata solo nei seguenti casi: lavori su parti comuni condominiali, interventi da parte di soggetti di cui all’articolo 5 del Tuir, Comunicazione al centro operativo di Pescari; acquisto o assegnazione di immobili ristrutturati

Colonna 4 (Interventi particolari), da compilare solo nel caso di interventi particolari

Colonna 5 (Acquisto, eredità o donazione)

Colonna 8 (Numero rata)

Colonna 9 (Importo spesa)

Colonna 10 (N. d’ordine immobile):​​​​​​

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Diritto di abitazione, cos’è e qual è la differenza con usufrutto e locazione

Il diritto di abitazione consiste nella facoltà di vivere, a tempo determinato, in un immobile di proprietà altrui. Il titolare di tale diritto può occupare e utilizzare l’abitazione in questione limitatamente alle sue esigenze e a quelle della sua famiglia.

Il diritto di abitazione può essere costituito solo a favore di persone fisiche. La costituzione del diritto di abitazione può avvenire per varie ragioni, ad esempio un contratto in forma scritta tra il proprietario dell’immobile e l’utilizzatore. Il diritto di abitazione può derivare anche dalla legge, da una sentenza del giudice e da usucapione.

Il diritto di abitazione, che ha natura temporanea, si estingue per morte del titolare, prescrizione, consolidazione (riunione nella stessa persona della titolarità del diritto di abitazione e della piena proprietà), perimento del bene, rinuncia del titolare del diritto di abitazione, scadenza del termine indicato nell’atto costitutivo.

Il titolare del diritto d’abitazione ha gli stessi obblighi dell’usufruttuario tenuto a rispettare la destinazione dell’immobile, ossia servirsi dell’immobile al fine di abitarvi (non può utilizzare il bene per soddisfare esigenze diverse rispetto a quelle abitative).

Gli obblighi del titolare del diritto di abitazione sono:

  • rispettare la destinazione economica del bene;
  • utilizzare la diligenza del buon padre di famiglia nel servirsi del bene;
  • restituire l’immobile al proprietario nello stesso stato in cui si trovava al momento in cui l’ha ricevuta;
  • non cedere o locare l’immobile;
  • provvedere alle riparazioni ordinarie;
  • provvedere al pagamento delle tasse sull’immobile.

Prima di esercitare il diritto di abitazione, il titolare di tale diritto deve prestare una cauzione, a meno che non sia stato dispensato dal proprietario o dal contratto. Se non presta idonea garanzia non può entrare nell’immobile. Deve inoltre redigere l’inventario dei beni mobili presenti nell’appartamento oggetto del diritto di abitazione e descrivere lo stato in cui si trovano gli immobili sostenendo le relative spese. Se manca l’inventario il proprietario può richiedere l’intervento giudiziale.

Differenza tra diritto di abitazione e locazione

Il diritto di abitazione si distingue dalla locazione in quanto quest’ultima non è un diritto reale, il suo oggetto non è un bene, ma una prestazione del locatore. Il diritto di abitazione, inoltre, non può mai essere ceduto a terzi, mentre la locazione sì. La legge vieta gli atti con i quali il diritto di abitazione venga venduto o donato a terzi e gli atti con cui il titolare si limiti ad attribuire a terzi il godimento del diritto, preservandone la titolarità.

Diritto di abitazione e usufrutto

Il diritto di abitazione si distingue anche dall’usufrutto. Diversamente da quanto accade per l’usufrutto, infatti, la legge stabilisce che il titolare del diritto di abitazione può servirsi della casa limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia e che il diritto di abitazione non può essere ceduto o dato in locazione.

Come effettuare la detrazione della provvigione pagata all’agenzia immobiliare

Lunedì 16 aprile inizia ufficialmente la campagna per la dichiarazione dei redditi 2018 relativa all’anno di imposta 2017. Tra le spese che sarà possibile detrarre dal modello 730 vi sono anche le provvigioni pagate all’agenzia immobiliare.

I compensi pagati a soggetti di intermediazione immobiliare per l’acquisto di un immobile da adibire ad abitazione principale sono detraibili nella misura del 19%, su un importo massimo di 1000 euro. Si può usufruire della detrazione se l’acquisto dell’immobile è effettivamente concluso. In caso di stipula del contratto preliminare, per poter usufruire della detrazione è necessario aver regolarmente registrato il compromesso

La detrazione spetta a condizione che l’immobile acquistato sia adibito ad abitazione principale. In particolare:

  • per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente o i suoi familiari dimorano abitualmente.
  • l’unità immobiliare deve essere adibita ad abitazione principale entro i termini previsti dalla lett. b) dell’art. 15 del TUIR, concernente la detrazione spettante per gli interessi passivi pagati per i mutui contratti per l’acquisto dell’abitazione principale e, quindi, ordinariamente entro un anno dall’acquisto, salvi i diversi termini per le eccezioni ivi previste

Considerato l’esplicito riferimento della legge all’acquisto dell’abitazione principale, la detrazione spetta esclusivamente all’acquirente dell’immobile; il venditore, pertanto, non può beneficiare della detrazione in esame anche se ha corrisposto la relativa provvigione all’intermediario immobiliare. La detrazione non spetta se le spese sono sostenute nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico.

Se l’unità immobiliare è acquistata da più persone, la detrazione, nel limite di 1000 euro, va ripartita tra i comproprietari in base alla percentuale di proprietà. Il beneficio, pertanto, può essere attribuito al proprietario dell’immobile, in percentuale, qualora la fattura risulti intestata almeno a uno dei proprietari. Nell’ipotesi di

  • Fattura intestata a un solo proprietario, ma immobile in comproprietà, al fine di consentire la detrazione pro-quota anche al comproprietario che non è indicato nella fattura, sarà necessario integrare il documento annotandovi i dati di quest’ultimo
  • Immobile intestato a un solo proprietario, ma fattura cointestata al proprietario e a un’altra persona, al fine di consentire la detrazione dell’intero importo all’unico proprietario sarà necessario integrare la fattura, annotando che l’onere per l’intermediazione è stato sostenuto interamente da quest’ultimo
  • Fattura intestata esclusivametne a una persona che non sia prorietaria dell’immobile, le spese per l’intermediazione non potranno essere detratte neanche dal propriatario

Requisiti agenti immobiliari
Per poter usufruire delle detrazioni gli immobiliari devono essere iscritti come agenti immobiliari in base alla legge n 39 del 1989 che ne disciplina anche le modalità e funzioni

Documenti da conservare

Documentazione da controllare e conservare. Con la Circolare 13.05.2011 n. 20, risposta 5.8 è stato precisato che:

  • la detrazione non spetta se la fattura rilasciata dall’intermediario immobiliare è intestata ad un soggetto non proprietario;
  • nel caso in cui la fattura è intestata ad un solo proprietario ma l’immobile è in comproprietà, è necessario integrarla con i dati anagrafici del comproprietario mancante;
  • se la fattura è intestata al proprietario dell’immobile e ad un altro soggetto non proprietario, è necessario che in fattura venga specificato (o integrato) che l’onere è stato sostenuto solo dal proprietario.

Come detrarre l’affitto di casa dal modello 730

Anche quest’anno si scaldano i motori per l’inizio della campagna per la dichiarazione dei redditi 2018 relativa all’anno di imposta 2017. Da lunedì 16 aprile sarà disponibile, infatti, il modello precompilato sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Sia che si opti per il modulo online che per quello tradizionale, è importante conoscere le spese detraibili e deducibili. Tra le prime ci sono i canoni di affitto corrisposti.

I contribuenti possono indicare le spese da portare in detrazione nel rigo E71-E72 del Modello 730/2017, dove, in primis, sarà necessario inserire i dati della locazione, degli inquilini e la tipologia contrattuale. Per quanto riguarda l’importo delle spese detraibil

  • Inquilini a basso redditto 
  1. Detrazione irpef di 300 euro per redditi non superiori a 15.493, 71 euro
  2. Detrazione irpef di 150 euro per redditi superiori a 15.493, 71 euro, ma inferiori a 30.987,41 euro
  • Lavoratore dipendente che trasferisce la sua residenza per motivi di lavoro
  1. Detrazione di 991,60 per redditi inferiori a 15.493, 71 euro
  2. Detrazione di 495, 80 euro per redditi superiori a 15.493, 71 euro, ma inferiori a 30.987,41 euro

Se nel corso del periodo di spettanza della detrazione il contribuente cessa di essere lavoratore dipendente, la detrazione non spetta a partire dal periodo d’imposta successivo a quello nel quale non sussiste più tale qualifica. Il lavoratore, inoltre, deve essere titolare di un contratto di locazione che può essere di qualunque tipo, di unità immobiliare adibita ad abitazione principale

  • Giovani tra 20 e 30 anni
  1. Detrazione di 961,60 euro per redditi complessivi fino a 14,493, 70 euro

Il requisito dell’età è soddisfatto se ricorre anche per una parte del periodo d’imposta. Così ad esempio se il giovane ha compiuto 30 anni nel corso del 2016, ha diritto a fruire della detrazione, nel rispetto degli altri requisiti, solo per tale periodo d’imposta

  • Inquilini di alloggi sociali (per il periodo d’imposta dal 2014 al 2017)
  1. Detrazione pari a 900 euro per redditi complessivi non superiori a 15.493, 71 euro
  2. Detrazione pari a 450 euro per redditi superiori a 15.493, 71 euro, ma non a 30.987,47 euro
  • Contratti a canone convenzionato
  1. Detrazione di 495,80 euro per redditi non superiori a 15.493,71 euro
  2. Detrazione di 247,90 euro per redditi superiori a 15.493, 71 euro, ma non a 30.987, 41 euro

In nessun caso la detrazione spetta per i contratti di locazione intervenuti tra enti pubblici e contraenti privati

Vizi occulti di un immobile vecchio, qual è la responsabilità del venditore?

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Articolo scritto dall’avvocato Alessandro Gallucci di condomioweb

Quali responsabilità possono essere addebitate al venditore di un vecchio immobile in relazione a vizi strutturali del medesimo?

L’acquirente che solamente dopo essere entrato in possesso del bene si accorge di vizi che comportano la necessità di effettuare lavori corposi, può domandare la riduzione del prezzo?

La non immediata percettibilità del vizio è tale da farlo considerare occulto?

Sono questi, nella sostanza, gli interrogativi ai quali la Corte di Cassazione ha dato risposta con la sentenza n. 3348 pubblicata mediante deposito in cancelleria il 12 febbraio 2018

Vizio redibitorio

L’art. 1490 del codice civile contiene disposizioni in merito alla garanzia per vizi della cosa venduta.

La norma specifica che il venditore deve garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata ovvero ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore.

Il successivo art. 1491 enuclea i casi in cui la garanzia è da ritenersi esclusa, ovvero:

  • se al momento del contratto il compratore conosceva i vizi della cosa;
  • nel caso di vizi facilmente riconoscibili, salvo che il venditore abbia dichiarato che la cosa era esente da vizi.

Un passo indietro, doveroso, per completezza: il secondo comma dell’art. 1490 del codice civile precisa che il patto con quale la garanzia è esclusa o limitata non ha effetto, se il venditore ha in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa.

Si tratta della garanzia che dottrina e giurisprudenza hanno qualificato come garanzia contro i vizi redibitori.

La Corte di Cassazione ha affermato che «il vizio redibitorio riguarda le imperfezioni e i difetti inerenti al processo di produzione, fabbricazione, formazione e conservazione della cosa medesima» (così Cass. 13 gennaio 1997 n. 244).

L’art. 1495 c.c. – dedicato a termini e condizioni dell’azione di garanzia- specifica che chi acquista decade dal diritto alla garanzia, qualora non abbia denunziato i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta, salvo:

  • diverso termine stabilito dalle parti o dalla legge;
  • riconoscimento del vizio da parte del venditore;
  • occultamento del medesimo.

L’azione di garanzia, chiosa il terzo comma della norma, si prescrive in un anno dalla consegna.

Conoscibilità del vizio

Si diceva che la garanzia è esclusa quando il vizio è facilmente conoscibile.

Quando un vizio può considerarsi tale?

Nella fattispecie oggetto del contenzioso risolto dalla sentenza n. 3348, il compratore aveva intentato causa contro i venditori di un immobile, poiché egli aveva scoperto la necessità di intervenire sul solaio (con opere di rifacimento) solamente dopo l’immissione in possesso.

Insomma per lui e per la Corte d’appello che gli aveva dato ragione, il vizio lamentato e tempestivamente denunciato era occulto e come tale faceva sì che avesse diritto ad una diminuzione del prezzo pattuito.

Parti venditrici non ci stavano e proponevano ricorso per Cassazione: in pratica per queste a determinare la natura occulta del vizio non può bastare il fatto che lo stesso non sia immediatamente percepibile. Conta anche il contesto.

Come dire: in una casa vecchia e non ben tenuta, ci si può attendere che ci sia qualcosa che non vada anche se la tale cosa non sia immediatamente visibile: qualcosa che può anche essere lo stato di conservazione del solaio.

Gli ermellini gli davano ragione. Si legge in sentenza che «appare ragionevole ritenere che l’acquisto di un bene di vetusta costruzione, la cui datazione non sia stata celata dalla parte alienante e che, anzi, ne porti i segni, resi evidenti dal modo d’essere del bene stesso, trattandosi di una costruzione (opera quanto mai sensibile all’usura del tempo per più note ragioni: la sua diuturna esposizione alle intemperie e ai movimenti tellurici, la sua struttura costituita da materiali compositi e degradabili, la presenza d’impianti tecnologici altamente logorabili, la sua destinazione alla sopportazione di carichi continuati, le tecniche in uso al tempo della sua messa in opera), possa far ritenere agevolmente riconoscibili vizi, anche importanti, che lo affettino.» (Cass. 12 febbraio 2018 n. 3348).

Insomma se compro una casa vecchia non posso lamentarmi dei normali problemi connessi alla remota costruzione dell’immobile.

Contenuto del contratto e conseguenze per vizi scoperti successivamente

C’è un “però” rispetto a questa impostazione di carattere generale; questo “però” è rappresentato dalle dichiarazioni della parte venditrice.

Lo s’è detto in precedenza, infatti, che la garanzia è dovuta anche per i vizi riconoscibili (cioè quelli non palesi ma riscontrabili utilizzando l’ordinaria diligenza) qualora il venditore abbia dichiarato che la cosa sia esente da vizi.

In tal caso, pertanto, questa dichiarazione ha uno stringente valore di affidamento che consente al compratore di non doversi periziare nell’andare a fondo nella valutazione dello stato delle cose.

La sentenza n. 3348, infine, lascia intendere che la semplice garanzia di immediata abitabilità non è in questo caso di per sé idonea a far considerare superati gli accertamenti fattuali in merito alla conoscibilità del vizio.

Come dire: un conto è che il venditore abbia dichiarato che l’immobile è libero e abitabile da subito, altro che abbia specificato che lo stesso è esente da vizi.

Mutui, le strategie delle banche per aumentare le erogazioni (e non solo)

I mutamenti degli ultimi anni sul fronte dei finanziamenti per la casa hanno portato e stanno portando le banche a intervenire per aumentare il monte erogabile di mutui. Vediamo cosa stanno facendo gli istituti di credito e cosa cambia per i debitori.

Come evidenziato da un articolo del Sole 24 Ore, con l’obiettivo di aumentare le erogazioni, da un lato le banche stanno aprendo il varco ai mutui oltre l’80% del valore dell’immobile, dall’altro stanno riducendo gli spread applicati. Le riduzioni più consistenti sono sul tasso fisso, ma a marzo sono scesi anche gli spread sul variabile. Questo significa che i nuovi mutuatari nei prossimi anni avranno piani di ammortamento favorevoli, sia scegliendo il fisso che il variabile.

Ma perché gli istituti di credito, riducendo gli spread, hanno deciso di rinunciare a un margine da un prodotto che per molti anni è stato una voce importante del fatturato derivante da attività tradizionali? Le ragioni sono principalmente due.

Interpellato dal quotidiano economico, Guido Bertolino di MutuiSupermarket.it ha spiegato che “probabilmente lo spread non è più un indicatore efficace, come in passato, del margine applicato dalle banche nella concessione di mutui casa. Questo perché gli indici di riferimento – Irs per il fisso ed Euribor per il variabile – che sommati agli spread determinano gli effettivi tassi di interesse applicati sui mutui, presumibilmente non sono rappresentativi dell’effettivo costo del denaro sostenuto dalle banche”. In pratica, le banche starebbero pagando un po’ di più la liquidità oggi per il futuro e quindi possono permettersi di girare una parte nella riduzione dello spread.

Bertolino ha poi affermato che “il mutuo oggi può essere considerato uno strumento, a disposizione delle banche, per acquisire e fidelizzare nuova clientela su cui provare a sviluppare nel tempo una molteplicità di rapporti: dal conto corrente, agli strumenti di pagamento, alla gestione del risparmio”. Questo significa che il mutuo, da prodotto di punta, si sta trasformando in uno strumento pensato per attirare nuovi clienti a cui poi successivamente proporre prodotti finanziari più remunerativi per le casse delle banche.

In questo scenario, come deve comportarsi il mutuatario? Può approfittare di questa situazione favorevole sul fronte mutui, prestando però attenzione a non sottoscrivere altri prodotti più cari rispetto alla media del mercato.

Trascrizione contratto preliminare di compravendita, quali sono i vantaggi

Firmando il contratto preliminare l’acquirente si impegna ad acquistare e il proprietario a vendere. Solo con la firma del rogito notarile chi compra entra in possesso dell’immobile, è in questo momento che avviene il trasferimento della proprietà della casa.

Il primo passo di una compravendita, dunque, è il compromesso, che viene redatto su una scrittura privata. Ma cosa succede se si decide di trascrivere il contratto preliminare nei pubblici registri immobiliari?

La trascrizione del contratto di compravendita – che non è un obbligo, ma una facoltà posta a tutela dell’acquirente – consente all’acquirente di contrapporre il proprio atto di acquisto a eventuali terzi, che possono essere i creditori del venditore oppure altri soggetti a cui il venditore ha ceduto lo stesso immobile. La trascrizione serve anche per cautelare l’immobile acquistato da pignoramenti o ipoteche che eventuali creditori del venditore potrebbero trascrivere prima del rogito e che, se così fosse, sarebbero opponibili all’acquirente. Trascrivendo il preliminare ci si mette al riparo dalla possibilità di perdere il bene appena acquistato a seguito di tutti gli eventi successivi alla trascrizione stessa.

Che differenza c’è tra il preliminare trascritto e quello non trascritto? Il preliminare trascritto vince i pignoramenti anteriori e successivi alla trascrizione della vendita e successivi alla trascrizione del preliminare. Il preliminare non trascritto vince solo i pignoramenti successivi alla trascrizione della vendita.

Per procedere alla trascrizione del preliminare occorre che il compromesso sia stato stipulato con atto notarile o con scrittura privata autenticata. Sarà il notaio stesso a provvedere alla trascrizione del preliminare. In sede di registrazione è necessario pagare l’imposta di registro in misura fissa pari a 200 euro indipendentemente dal prezzo della compravendita.

Se al preliminare viene data attuazione con la stipula del contratto definitivo, gli effetti del contratto definitivo retroagiscono al momento della trascrizione del preliminare. Questo significa che è come se il contratto definitivo fosse stato stipulato alla data in cui è stato firmato il compromesso.

Affinché però si verifichi la retroattività del contratto definitivo alla stipula del preliminare, è necessario che anche il contratto definitivo venga trascritto entro un anno dalla data che le parti hanno fissato nel preliminare per la conclusione del definitivo, in ogni caso entro tre anni dalla trascrizione del preliminare.

Cambio destinazione d’uso da fabbricato rurale ad abitazione, i passi da seguire

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Se, come cantava Toto Cutugno, siete stufi del traffico bestiale della città e volete andare a vivere in campagna, o semplicemente avere una casa nella natura dove rifugiarsi nei fine settimana, la soluzione più semplice è quella di recuperare un vecchio edificio rurale e trasformarlo in abitazione. Vediamo insieme quali permessi occorrono per cambiare la destinazione d’uso di un edificio agricolo e trasformarlo in una casa di campagna da sogno.

Per abitare in campagna la casa deve avere destinazione d’uso residenziale Non è possibile vivere in un’abitazione rurale, come una masseria o una casa colonica, a meno di non essere un agricoltore professionista perché il DPR 380/2001 distingue nettamente tra edifici a destinazione d’uso residenziale, dove è possibile abitare per chiunque, ed edifici con altre destinazioni d’uso. Se l’edificio in campagna non è residenziale occorre quindi eseguire un cambio di destinazione d’uso. Per edificio con destinazione d’uso rurale s’intende, ad esempio, un annesso agricolo, un fienile, una stalla, una legnaia, un ricovero per gli attrezzi, un porcile, un magazzino, un capannone ad uso agricolo, una baracca o un pollaio.

Cos’è la destinazione d’uso Ogni unità immobiliare ha una sua destinazione urbanistica, ossia una categoria funzionale, che ne definisce modalità e usi compatibili. Il DPR 380/2001 individua 5 categorie funzionali tra cui residenziale e rurale e stabilisce che passare da una destinazione d’uso all’altra comporta una modifica rilevante urbanisticamente, fattibile solo se prevista dagli strumenti comunali.

Dove è scritta la destinazione d’uso Urbanisticamente la destinazione d’uso di ogni unità immobiliare è desumibile dalla documentazione presente in Comune mentre la categoria catastale non è significativa per gli edifici in campagna perché con il DL del 6 dicembre 2011 n. 201 è scattato l’obbligo di censire al Catasto Fabbricati anche tutti gli edifici a destinazione rurale, come le abitazioni degli agricoltori.

Il cambio d’uso da rurale a residenziale comporta la deruralizzazione Per rendere abitabile/agibile un edificio in campagna occorre adeguarne spazi e impianti, affinché siano rispettate le norme igienico sanitarie in fatto di superfici minime delle stanze, rapporti areo illuminanti e salubrità degli ambienti. Contestualmente si opererà anche la deruralizzazione urbanistica dell’immobile attraverso il pagamento dei contributi dovuti al Comune.

Quale pratica edilizia occorre per trasformare un edificio rurale in abitazione? Il tipo di pratica edilizia da presentare in Comune per effettuare il cambio di destinazione d’uso di una costruzione rurale, se consentito dai regolamenti comunali, varia a seconda dalla tipologia di opere che occorre eseguire ed è stata al centro di recenti modifiche al DPR 380/2001, a seguito della Sentenza n.6873/2017.

Nel caso si intenda effettuare il cambio d’uso da abitazione rurale (costruita per le necessità abitative di un imprenditore agricolo professionale) a residenziale (senza esecuzione di opere edilizie) occorrerà comunque effettuare la pratica di deruralizzazione perché l’uso non agricolo comporta un maggiore carico urbanistico sul territorio. Ai sensi della recente modifica dell’art.3 del DPR citato il cambio di destinazione d’uso è fattibile con interventi di restauro e risanamento conservativo per tutti gli immobili che non ricadono in zona A di centro storico, dove si configura una ristrutturazione edilizia pesante. Le opere di restauro sono eseguibili con CILA (Comunicazione Inizio Lavori Asseverata) se si tratta di un restauro leggero e con SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) nel caso di restauro pesante che comportino interventi strutturali. Al termine dei lavori occorrerà presentare nuova Segnalazione Certificata di Agibilità.