Black Friday 2019: attenzione ai falsi sconti

Il Black Friday 2019 è davvero alle porte: come sempre il Codacons mette in guardia i consumatori contro i rischi dei falsi sconti.

Secondo l’associazione, il Black Friday che scatterà il prossimo 29 novembre, assieme a tutta la settimana di sconti e promozioni speciali legata all’evento, genererà quest’anno un giro d’affari che raggiungerà i 2 miliardi di euro, con una crescita prevista del +20% sul 2018 e una spesa procapite attorno ai 117 euro.

La parte del leone la farà ancora una volta l’e-commerce, con 1,4 miliardi di euro di transazioni online, e in totale saranno coinvolti circa 17 milioni di italiani, con un aumento del +13% di acquirenti rispetto allo scorso anno.

Un incremento generale che si spiega non solo con l’aumento di negozi e catene commerciali, fisiche e virtuali, che in tutta Italia anno dopo anno decidono di aderire al Black Friday applicando sconti speciali al pubblico, ma anche e soprattutto con la vicinanza dell’evento al Natale, che porta i consumatori ad anticipare i regali ad amici e parenti approfittando proprio delle promozioni sui prezzi. In base alle stime del Codacons, quest’anno 1 regalo di Natale su 3 sarà acquistato proprio durante la settimana del Black Friday.

L’associazione però lancia un avvertimento ai consumatori: “Non tutti gli sconti presenti sul web sono reali – spiega il presidente Carlo Rienzi – Molti venditori infatti alzano i prezzi dei propri prodotti prima di applicare lo sconto del Black Friday, vanificando così il risparmio per gli acquirenti. Per tale motivo è bene prestare molta attenzione prima di procedere ad un acquisto, verificando e comparando i prezzi sul web e non lasciandosi trasportare dalla fretta. Il rischio di cadere in truffe e raggiri durante il Black Friday è inoltre altissimo, e per questo abbiamo realizzato una guida pratica con i consigli per effettuare compere in tutta sicurezza” – aggiunge Rienzi.

Ravvedimento operoso per l’imposta di registro sulle locazioni, quali sanzioni?

La Ctr Lombardia ha chiarito cosa accade a un contribuente che usufruisce del ravvedimento operoso e paga in ritardo la trascrizione di un contratto di locazione per un anno.

Per la registrazione di un contratto di locazione sono dovute l’imposta di registro e l’imposta di bollo. Ma se un contribuente sfrutta il ravvedimento operoso e paga in ritardo la trascrizione di un contratto di locazione per un anno, cosa accade? A fornire risposta la Ctr Lombardia.

Con la sentenza n. 4118/2019, la Ctr Lombardia ha affermato che la sanzione spetta solo per l’anno in esame e non per la durata intera dell’accordo. Secondo quanto stabilito, dunque, le sanzioni non sono dovute per l’intero periodo di durata del contratto. Con questa decisione, la Ctr Lombardia ha respinto l’impugnazione dell’Agenzia delle Entrate e la lettura da essa fatta di quanto disposto in tema di tassa di registro dei contratti di locazione.

Come sottolineato dallo Studio Cataldi che ha commentato la sentenza, la Ctr Lombardia ha evidenziato: “Il contribuente, mediante ravvedimento operoso ha pagato in ritardo la trascrizione di un contratto di locazione per un anno: è evidente che la sanzione compete solo per l’anno in questione e l’Agenzia delle Entrate non può, se non con disquisizioni lessicali da ritenersi infondate, estendere il pagamento delle sanzioni all’intera durata del contratto”.

Mutui, è ancora il momento giusto per comprare casa

on l’avvicinarsi della fine dell’anno, come sta andando il mercato dei mutui e cosa si può prevedere per i prossimi mesi? idealista/news ne ha parlato con il direttore marketing di MutuiOnline Roberto Anedda.

Mutui surroga, impazza il tasso fisso

L’elemento di spicco dell’ultimo Osservatorio sui mutui di MutuiOnline è senz’altro il ritorno alla surroga. Un fatto spinto soprattutto dall’andamento dei tassi di interesse che spinge chi ha già un mutuo in essere, anche acceso da poco a tassi già vantaggiosi, a tentare di migliorarlo ulteriormente sfruttando il momento.

In media, a ottobre il tasso variabile si colloca allo 0,85% (0,86% a settembre), mentre recupera leggermente il tasso medio fisso dopo i minimi raggiunti sulla fine dell’estate e si stabilisce all’1,34% (era 1,27% a settembre). Questi i valori medi di mercato, ma i minimi sono ben più bassi, come lo 0,34% e lo 0,80% per un mutuo ventennale, rispettivamente a tasso variabile e fisso.

“Il fenomeno delle surroghe torna dopo un periodo di stallo dovuto al fatto che la possibilità di surrogare mutui di più lunga data sembrava ormai fisiologicamente estinta, – nota Roberto Anedda. – Al momento tuttavia i tassi di interesse sono particolarmente vantaggiosi, in particolare per quanto riguarda i tassi fissi, per cui chi chiede di surrogare il mutuo (quante richieste vengano poi accolte è un’altra cosa), anche se lo ha acceso da poco, lo fa con l’intento di approfittare prima possibile delle nuove condizioni”.

Nel periodo considerato oltre 7 richieste di mutui su 10 sono per surroga (70,8%, quando a inizio anno era il 38,3%), mentre dalla parte delle erogazioni si tratta della metà dei finanziamenti concessi (51,7% contro il 41,1% del primo trimestre).

“I nuovi minimi dei tassi, – aggiunge Anedda, – hanno esteso la possibilità di surroga anche a chi, fino a pochi mesi fa, godeva già di un mutuo a tasso contenuto e a coloro che finora avevano giustamente tenuto il mutuo originario a tasso variabile. Il differenziale tra tassi fissi e variabili, ormai ridotto a pochi decimi di punto, fa diventare il tasso fisso una vera e propria garanzia di mutuo a basso costo per la sua intera durata residua, per quanto lunga essa possa essere. In molti casi si tratta di persone alla loro seconda se non terza surroga. D’altronde la surroga è un’operazione completamente gratuita per legge, perché nessun costo è previsto per l’estinzione anticipata del mutuo presso la vecchia banca, per il trasferimento e persino per il notaio, incombenze tutte a carico della nuova banca”.

I mutui si cercano quindi prevalentemente a tasso fisso: oltre 9 su dieci lo sono (il 93,1% secondo l’Osservatorio) grazie anche allo scarso differenziale con i tassi variabili soprattutto sulle durate medie.

Mutui, è il momento giusto

Il momento è favorevole e lo sarà ancora a lungo, – pronostica Anedda. – Oltre ai tassi in ribasso abbiamo infatti livelli di prezzi immobiliari che invogliano all’acquisto e lo rendono molto più accessibile che in passato. D’altro canto anche da parte delle banche si riscontra una buona disponibilità ad erogare i finanziamenti”.

Da cosa ha origine questa disponibilità degli istituti di credito, in un momento in cui l’economia non sembra particolarmente brillante? “Innanzitutto il costo opportunità di concedere credito rispetto a mantenere il denaro immobile è sempre molto basso a causa dei tassi di deposito Bce che sono stati molto ridotti, rendendo così per le banche meno svantaggioso concedere prestiti, – spiega Anedda. – Inoltre il mutuo casa, per le banche italiane, è da sempre uno dei crediti meno rischiosi: non si vede quindi alcun motivo reale per stringere i cordoni della borsa, anche perché il rapporto tra prezzi immobiliari e importi presi in prestito è tale da rendere sempre meno probabile una sofferenza nei pagamenti da parte dei mutuatari. Crediamo quindi che la disponibilità delle banche proseguirà anche per i prossimi mesi”.

Nessuna fretta quindi per chi desideri stipulare un mutuo? “Se si vuole chiedere un nuovo mutuo o una surroga non c’è fretta, – risponde Anedda, – nel senso che i tassi resteranno bassi presumibilmente anche nei primi mesi del prossimo anno. Si può forse prevedere un aumento fin sopra il punto percentuale, ma si tratta comunque di livelli di molto inferiori a quelli di alcuni anni fa. Se fretta bisogna avere, più che altro, è per iniziare quanto prima ad approfittare delle condizioni favorevoli, soprattutto per le lunghe durate, che permettono di congelare per più tempo l’attuale livello dei tassi”.

Mutui, importi chiesti ed erogati in rialzo

Secondo i dati dell’Osservatorio, la durata più gettonata è di 20 anni sia per quanto riguarda le richieste che le erogazioni (rispettivamente il 35,5 e il 37,1% del campione). Si approfitta del momento fortunato anche per chiedere somme più alte: 143.524 euro l’importo medio richiesto in questa ultima parte dell’anno, contro i 130.363 euro del primo trimestre. Lato erogazioni, il record è ancora più rimarcato e segna quota 140.101 euro (era 127.432 euro nel primo trimestre dell’anno). Quanto al Loan to value, buona parte degli italiani  richiedono principalmente dal 70 all’80% del valore dell’acquisto (28,2%) e anche gli istituti di credito finanziano prevalentemente la stessa percentuale, e nella stessa misura (28,1%).

Donazione immobile, i problemi che possono nascere e come tutelarsi

Nella nostra rubrica dedicata a “La casa in pillole”, il notaio Valentina Rubertelli, consigliere nazionale del Notariato, spiega quali sono i problemi legati a una donazione immobiliare e come fare per tutelarsi.

L’azione di riduzione e restituzione di una donazione

I legittimari del donante – siano essi il coniuge o i discendenti in linea retta – possono esperire nei confronti del immobile donato una duplice azione. La prima, spiega il notaio Rubertelli, “un’azione di riduzione con cui il legittimario si fa dichiarare con una sentenza dal giudice che effettivamente quella donazione è stata lesiva dei suoi diritti; la seconda, è l’azione legale restitutoria, con cui il legittimario leso potrà andare a riprendersi quel bene, dal patrimonio del donatario o dal patrimonio di chi ha comprato quel bene, qualora fosse stato venduto”.

Da qui le perplessità di chi deve comprare un immobile oggetto di donazione. I rischi non sono sempre totali, ma dipendono da una serie di variabili, di tipo familiare o di tipo temporale. Familiare, perché, ad esempio, la donazione fatta da un soggetto vedovo a favore di un figlio unico è a rischio quasi zero, mentre ad alto rischio è la donazione di un bene di un padre di otto figli.

I tempi di impugnazione di un atto di donazione

Importante è anche la componente temporare. “La donazione si stabilizza dopo vent’anni dalla trascrizione della stessa, questo indipendentemente dal fatto che il donante sia ancora in vita o sia nel frattempo morto. Se il donante è morto e sono trascorsi 10 anni, ancora una volta chi compra può stare tranquillo. Diverso è il caso in cui sia morto il donante, ma non siano ancora passati 10 anni. In questo caso, il notaio avrà la possibilità di chiamare alla stipula gli altri potenziali legittimari per far rinunciare ad impugnare la donazione. Il problema si pone quando il donante è ancora in vita, perché nella nostra legislazione vale la regola secondo la quale la rinuncia preventiva all’azione di riduzione non è ammessa perché integra un patto successorio, che nel nostro ordinamento è un patto successorio vietato”.

Come tutelarsi dai rischi di una donazione immobiliare

Il notaio pone in essere una serie di rimedi per permettere all’acquirente di un immobile donato, di tutelarsi dai rischi della donazione. Tra questi abbiamo la rinuncia all’azione di restituzione, lo scioglimento della donazione per mutuo consenso, o la stipula di una polizza assicurativa.

“La rinuncia all’azione di restituzione è quell’atto con cui si coinvolgono i legittimari che un giorno potrebbero impugnare la donazione e si fa dichiarare loro di non andare a riprendersi il bene nel patrimonio di chi l’ha comprato. In futuro potranno, quindi, rivalersi con il donatario, ma non con il terzo acquirente. Questa rinuncia è frutto di una prassi diffusa e ormai sdoganata da parte della dottrina e della giurisprudenza anche se non espressamente prevista da parte del codice civile almeno fino a che il donante è ancora in vita”.

“Un’alternativa è lo scioglimento del contratto di donazione – sempre se il donatario non si è ancora privato del bene, ovvero non l’ha rivenduto a terzi – e questo scioglimento del contratto per mutuo consenso fa retrocedere il bene in capo al donante e quindi il terzo comprerà direttamente dal donante. 

“E’ scongliabile far prestare una fideiussione direttamente al donante o ai legittimari perché è un modo di frodare la legge e quel divieto dei patti successori. Esistono invece delle formule assicurative che garantiscono dal rischio dell’impugnativa della donazione, ma non sono sufficienti se non abbinate alla rinuncia alla facoltà di opposizione da parte del coniuge o dai discendenti in linea retta. Perché qualora nei 20 anni dalla trascrizione della donazione dovesse essere esperita questa opposizione, i venti anni inizierebbero a decorrere nuovamente e quindi la polizza fideiussoria non coprirebbe più dai rischi”.

Le tasse sull’acquisto di una casa

L’acquisto di una casa è una delle scelte più importanti nel corso della vita di un individuo e una delle più costose. Anche perché, oltre al capitale iniziale e alle rate del mutuo, bisogna considerare le imposte da pagare.

idealista/news ti offre un’utile guida con tutto ciò che devi sapere sulle tasse per l’acquisto di una casa e sulle eventuali agevolazioni di cui puoi usufruire.

Tasse acquisto casa da privato

Quando si compra una casa le tasse da versare cambiano se il venditore è un privato o un’impresa costruttrice e si tratta dell’acquisto di prima o seconda casa. Nel caso di acquisto da un privato, ad esempio, la vendita è esente da IVA, anche se si pagheranno le imposte di registro, catastali e ipotecarie.

Tasse acquisto casa da costruttore

Nel caso di acquisto casa da costruttore, le imposte sono le stesse dell’acquisto da un privato nel caso in cui i lavori di costruzione o di ristrutturazione siano finiti da oltre cinque anni. Nel caso in cui, invece, i lavori siano stati ultimati da meno di cinque anni, le imposte da pagare sono queste (con differenza se si tratta dell’acquisto di prima o seconda casa). Inoltre bisogna considerare che acquistare casa dal costruttore può avere i suoi pro e i suoi contro, come ci spiega il consigliere nazionale del Notariato Giampaolo Marcoz.

Il calcolo delle imposte sull’acquisto di una casa

Il calcolo delle imposte sull’acquisto di una casa è diverso a seconda che la compravendita sia esente o meno da IVA. Nel caso di acquisto da privato la base imponibile per il calcolo delle imposte è infatti il prezzo d’acquisto, mentre nel caso di acquisto da impresa costruttrice l’imposta di registro  si applica al valore catastale.

Come ottenere le agevolazioni prima casa

Se l’acquisto riguarda una casa classificata come abitazione principale dell’acquirente, è possibile usufruire delle agevolazioni prima casa. A spiegarci quali sono i requisiti e benefici è il notaio Valentina Rubertelli, consigliere nazionale del Notariato.

Tasse sull’acquisto di una casa all’asta

Chi decide di acquistare un immobile all’asta deve pagare alcune imposte e sostenere delle spese. Per quanto riguarda le tasse da pagare sull’acquisto di una casa all’asta, si tratta della stessa tassazione che grava su una compravendita tradizionale.

Nuova Imu 2020, cosa cambia con l’addio alla Tasi

Nuova Imu 2020, addio alla Tasi

Dal 2020 Imu e Tasi confluiranno in un’unica imposta, in uno sforzo di riordinare la tassazione dei comuni. Resta invece invariata la Tari, ovvero la tassa sui rifiuti: la sola ad essere eliminata sarà la tassa sui servizi indivisibili. Cosa significa tutto ciò nel concreto? Che, essendo l’Imu un’imposta – a differenza della Tasi, che è una tassa ed è quindi legata a specifici servizi e va definita con apposite delibere – potrà essere modificata a discrezione dei Comuni, per coprire in genere il fabbisogno municipale senza dare conto di quali servizi esattamente si vadano a ripagare. Si rischia quindi un aumento generalizzato dell’imposta, che sia giustificato dal fabbisogno del Comune o che sia semplicemente voluto dalla norma stessa.

Alcuni aspetti della nuova Imu prevedono infatti:

  1. L’aliquota base della nuova super IMU all’8,6 per mille dal precedente 7,6.
  2. Più poteri ai sindaci per applicare aliquote diverse da comune a comune. Secondo Il Sole 24 Ore, se attualmente l’aliquota massima dell’Imu può essere del 10,6 per mille e quella della Tasi dell’1 per mille, la nuova Imu inclusa di maggiorazione speciale dello 0,8 per mille potrà arrivare all’11,4 per mille. I sindaci potrebbero anche però decidere di azzerarla del tutto.
  3. Per le ville e abitazioni signorili l’aliquota standard passa dal 4 al 5 per mille, con possibilità per i Comuni di alzarla o tagliarla di un punto percentuale.
  4. Trasferimento dell’intera imposta a carico dei proprietari di casa (che si faranno carico anche di quella quota di Tasi finora a carico degli inquilini o comodatari)
  5. I versamenti potranno essere effettuati con modello F24, bollettino postale o PagoPA. In attesa delle decisioni definitive, la scadenza di giugno prevedrà il versamento di un anticipo del 50% di quanto versato nel 2019.
  6. L’Imu sugli immobili strumentali potrà essere portata in deduzione per il 50% per il 2019 e per il 60% nel 2020 e 2021.

Imu 2020, i commenti degli operatori

“Il governo ha rassicurato che con la manovra non si dovrebbe spendere di più, – osserva Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – ma potrebbe esserci il rischio per quei comuni in cui l’aliquota non ha toccato il massimo. Il dubbio quindi resta per le seconde case e su quelle di pregio su cui grava l’imposta ed i cui comuni hanno applicato l’aliquota più bassa. L’aumento della tassazione sulla casa crea sempre un certo timore che, soprattutto in questo settore, potrebbe scoraggiare coloro che si apprestano ad investire nella seconda casa sebbene al momento questo segmento, così come quello delle case di pregio, è decisamente vivace”.

Imu 2020, secondo gli esperti nessun vantaggio

Sull’idea di unificare Imu e Tasi idealista/news aveva già interpellato alcuni operatori del settore. Il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa aveva affermato: “A nostro giudizio, una unificazione di questi due tributi non porterebbe alcun vantaggio, anzi potrebbe portare anche degli svantaggi: uno è l’eliminazione del riferimento ai servizi che è presente nella Tasi come vincolo ai Comuni, nel senso che i Comuni sono obbligati a indicare in regolamento quali spese effettuano con le entrate derivanti dalla Tasi; l’altro elemento che verrebbe a mancare è la quota a carico dell’occupante dell’immobile, che – sia pure molto ridotta – è pur sempre un segnale di tassazione legata ai servizi. Questi sarebbero dei danni, ma l’altro danno sarebbe il fatto che verrebbe ritenuta volenti o nolenti archiviata la pratica ‘tassazione locale sugli immobili’ con una cosa che non porterebbe alcun vantaggio”.

Aggiunge Spaziani Testa: “Serve ridurre, almeno iniziare a ridurre, partendo magari dalle ipotesi che erano state fatte in Commissione anche grazie ai nostri spunti, cioè situazioni più gravi come gli immobili inagibili o gli immobili sfitti, e anche cogliere l’occasione per rafforzare addirittura quella componente di legame con i servizi, quindi sia con vincoli maggiori per i Comuni di trasparenza nei confronti dei cittadini, sia con una quota del nuovo tributo che derivasse da questa unificazione anche più alta a carico dell’occupante dell’immobile, perché quello è l’unico sistema per dimostrare che si tratta di un tributo collegato ai servizi. Nel caso in cui l’immobile non sia abitato dal proprietario, deve essere fatto pagare almeno in parte da chi lo abita”.

A tale opinione fa eco Corrado Sforza Fogliani, presidente del Centro Studi di Confedilizia, che dalle colonne di Italia Oggi dice: “Unificare l’Imu alla Tasi non serve a niente, anzi elimina una garanzia che oggi i proprietari hanno, quella che la Tasi deve essere giustificata e anche accompagnata dalla individuazione di specifici servizi indivisibili. Questo vincolo all’aumento indiscriminato verrebbe eliminato. E’ ora che la politica pensi a come eliminare la tassazione, che è la ragione della difficoltà nell’immobiliare”.

Una opinione poco entusiasta era stata espressa anche da Luca Dondi, Ad Nomisma, che a idelaista/news affermava: “Non credo che la riduzione in termini di aggravio per i contribuenti sarebbe rilevante a seguito di questa misura, che influirebbe poco in termini anche di rilancio del settore se non accompagnata da una revisione complessiva. Il settore ha bisogno di un intervento radicale che non può essere portato avanti in poche settimane. Al massimo possiamo prevedere correttivi che poco sposteranno in termini strutturali”.”

Più possibilista il presidente nazionale Fimaa – Federazione italiana mediatori agenti d’affari, Santino Taverna, che attraverso una nota affermava pochi giorni fa: “Quanto all’ipotesi di aumentare l’aliquota unificata di Imu e Tasi, siamo pienamente convinti che occorra accorpare le due imposte mantenendo l’invarianza del gettito dei due contributi. Così come siamo convinti che per la crescita del Paese e del settore immobiliare resta necessario procedere con determinazione alla riduzione della spesa pubblica improduttiva per liberare, senza ricorrere ad ulteriori balzelli a carico dei cittadini e delle imprese, risorse per gli investimenti”.

Opzione cedolare secca per un contratto in corso, come funziona? Il proprietario dell’immobile può esercitare l’opzione della cedolare secca

E’ possibile scegliere l’opzione della cedolare secca per un contratto di affitto già in corso? Vediamo come funziona

Il proprietario di un immobile in affitto soggetto alla tassazione Irpef può decidere di passare al regime agevolato della cedolare secca per le annualità successive. Per farlo dovrà presentare il modello RLI all’Agenzia delle Entrate o per via telematica entro 30 giorni dalla scadenza dell’annualità precedente.

E’ inoltre importante inviare una comunicazione all’inquilino per segnalare la decisione di optare per la cedolare secca e la rinuncia agli aumenti, inclusa la variazione ISTAT.  Per i contratti che non hanno obbligo di registrazione l’opzione va effettuata nel modello Redditi dell’anno in cui sono dichiarati i relativi redditi da locazione.

Cedolare secca, come funziona a seconda del contratto di affitto

La cedolare secca è il regime di tassazione agevolato sugli affitti che sostituisce la tradizionale imposizione fiscale Irpef. Vediamo come funziona nel caso di locazioni abitative, sia di lunga durata che locazioni brevi, e affitti commerciali.

In primis vediamo come funziona la cedolare secca. Secondo quanto stabilito dal 2º comma dell’art. 3 del dlgs 23/2011, la cedolare secca sostituisce non solo l’IRPEF e le relative addizionali (regionale e comunale), ma anche:

  • Imposta di bollo sul contratto di locazione
  • Imposta di registro per le annualità contrattuali o per il minor periodo di durata del contratto per il quale si applica l’opzione.
  • Imposta di registro e imposta di bollo sulle proroghe del contratto di locazione.

L’opzione per la cedolare secca può essere espressa al momento della registrazione del contratto mediante la presentazione del modello RLI o in momenti successivi alla registrazione. Con il dl n 193/2016 è stato disposto che la mancata proroga esplicita della cedolare secca, al momento del termine del contratto di locazione, non implica una decadenza immediata della cedolare secca a condizione che il contribuente: abbia adottato un comportamento coerente con la cedolare secca; dichiari i redditi nel quadro “RB” del modello Unico o nel 730 con i criteri della cedolare secca; versi le imposte dovute sui canoni di locazione applicando le aliquote del 10% ovvero del 21% stabilite per la cedolare secca.

La mancata comunicazione della proroga comporta pero’ delle multe: 50 euro nel caso di ritardo non superiore a 30 giorni dalla scadenza dell’adesione e 100 euro per ritardi superiori a 30 giorni.

Cedolare secca su locazioni abitative

Per quanto riguarda la cedolare secca sulle locazioni abitative, nel caso in cui si tratti di affitti superiori a trenta giorni, abbiamo due diverse aliquote

  • aliquota 21% per i contratti di locazione a canone “libero” 
  • aliquota 10% per i contratti di locazione a canone concordato. Nonostante i timori iniziali di un aumento al 12,5%, l’ultima versione della legge di bilancio ha confermato l’aliquota del 10%.

Cedolare secca per gli affitti brevi

Il decreto legge n 50/2017 ha introdotto la cedolare secca al 21% per i contratti di locazione di durata inferiore a 30 giorni stipulati da persone fisiche o da intermediari (portali online e agenzie immobiliari). La nuova normativa si applica anche ai contratti di sublocazione e a quelli stipulati dal comodatario che concede a terzi la disponibilità dell’immobile a titolo oneroso.

E’ compito dell’intermediario versare una ritenuta del 21% sull’ammontare dei canoni versati. Se la provvigione non è compresa nel corrispettivo della locazione, ma viene addebbitata direttamente dall’intermediario al conduttore o al locatore non è soggetta a ritenuta.

Un altro degli adempimenti in essere è anche l’obbligo di comunicazione dei dati relativi ai contratti di locazione breve stipulati a decorrere dal 1º giugno 2017 da parte degli intermediari e delle società di intermediazione.

Cedolare secca per i negozi a partire dal 2019

Con la legge di Bilancio 2019 è stata estesa la cedolare secca anche l’affitto di immobili commerciali e capannoni. Si applica un’aliquota del 21% sempre e quando si rispettino determinate condizioni:

  • I contratti di locazione devono essere stipulati nel corso del 2019;
  • La cedolare secca per gli immobili commerciali potrà essere applicata per l’intera durata del contratto;
  • Il nuovo regime fiscale interessa le unità immobiliari di categoria catastale C/1 e le relative pertinenze locate congiuntamente;
  • La cedolare secca per i negozi può applicarsi agli immobili di superficie massima di 600m2 (escluse le pertinenze)

Possono usufruire della cedolare secca per la locazione di immobili commerciali: le persone fisiche soggetti passivi Irpef che conseguano reddito fondiario, il proprietario, il titolare del reddito reale di godimento. Non possono optare per la cedolare secca: le società di persone, i soggetti Ires, lavoratori autonomi, enti non commerciali.

Rendimenti delle case al 6,8%, al top degli ultimi 5 anni

Secondo i dati dell’ufficio studi di idealista, l’investimento immobiliare in Italia è sempre più redditizio. Lo è ancor più adesso che i rendimenti dei nostri titoli di stato (Btp a 10 anni) sono scesi all’1,1% dal 3,4% dello stesso periodo dell’anno scorso.

L’analisi, che mette in relazione i prezzi di vendita e affitto delle diverse tipologie immobiliari per calcolare il loro rendimento lordo*, evidenzia incrementi in tutti i segmenti property con una reffitività che, nel peggiore dei casi, moltiplica per sei i tassi offerti dai titoli di Stato decennali.

A livello tendenziale i rendimenti crescono perchè l’affitto sta prendendo sempre più piede e i canoni crescono più dei prezzi richiesti per la vendita. Così si spiega l’aumento dell’1% per i segmenti commerciale (9,6%) e box (6,3%), seguiti dal residenziale (6,8%) con un più 0,8% e uffici (8%) con un più 0,3% negli ultimi 12 mesi.

Rendimenti nel residenziale
Con il rialzo dell’ultimo trimestre il tasso di rendimento delle case si raggiunge i massimi degli ultimi cinque anni. Con un tasso pari al 9,3%, Biella è al top dei rendimenti delle abitazioni, seguita da Siracusa (8,6%) e Novara (8,3%). All’opposto Siena, Venezia – entrambe con un tasso di rendimento del 4,3% -, e Massa (3,9%) sono i capoluoghi meno vantaggiosi per i proprietari. Tra i grandi mercati Milano sale al 6,8%, Torino scende lievemente fino al 6,1%, dal 6,4% del 2018. Rendimenti su a Roma (5,5%), Bologna (5,4%) e Napoli (5,2%).

Rendimenti dei locali commerciali (no capannoni)
Gli investimento nel settore retail garantiscono i ritorni più elevati nella maggior parte dei capoluoghi analizzati. Milano (15,4%) è la regina in questo segmento seguita da Vicenza (14,1%) e Monza (13,2%) tra i centri con i tassi di rendimento più alto. Da Torino (13,1) a Trapani (10%) troviamo 38 città che offrono ritorni a doppia cifra per i proprietari. I rendimenti più bassi si trovano a Caserta (7,8%), Rovigo (7,4%) e Nuoro (7,2%).

Rendimenti degli uffici
Nel settore uffici il primato dei rendimenti spetta a Torino (8,8%), che precede Ferrara (8,5%) e altre quattro città con ritorni sopra i rendimenti medi del settore: Novara, Prato, Livorno e Perugia con l’8,1%; rendimenti nella media a Padova (8%); Bergamo (5,6%), Rimini (5,4%) e Piacenza (5,3%) segnano i ritorni più bassi per gli investitori.Tra i grandi mercati Milano (7,6%) performa meglio di Roma e Napoli, entrambe al 6,8%.

Rendimenti dei box   
I box auto rimangono il prodotto meno vantaggioso per gli investitori in quasi tutti i mercati monitorati, pur restituendo un rendimento di tutto rispetto, al tasso medio del 6,3%. Delle 12 città monitorate da questo report Firenze (7,6%) è la piazza più profittevole per chi investe in un box auto da mettere a reddito, davanti a Monza (6,3%) e Bari (6,2%). Milano e Roma crescono rispetto a un anno fa, fino al 6 per cento. Catania (4,8%), Napoli (4,1%) e Genova (3,9%) chiudono la graduatoria.

Mutuo prima casa: le agevolazioni fiscali 2020

Acquisto prima casa col mutuo? Ecco le principali agevolazioni fiscali che si possono ottenere, per quanto riguarda sia l’acquisto che le detrazioni.

Acquisto prima casa, tutti i costi

Chi compra la prima casa deve preventivare tra i costi:

  • prezzo dell’immobile;
  • imposta di registro;
  • imposta ipotecaria;
  • imposta catastale;
  • IVA.

In alcuni casi si possono applicare delle detrazioni e delle agevolazioni, in particolare a seconda che:

  • la casa sia stata acquistata da un privato o da un’impresa
  • la casa sia stata costruita da più o meno di 5 anni
  • ci sia un mutuo prima casa.

Agevolazioni acquisto prima casa da costruttore o da privato

Una discriminante per ottenere agevolazioni prima casa è la natura giuridica del venditore.

Chi compra casa da un privato o da un’impresa che opera in esenzione Iva, avrà diritto alle seguenti agevolazioni fiscali:

  • imposta di registro: 2%,
  • imposta ipotecaria: 50 euro;
  • imposta catastale: 50 euro.

Chi invece acquista la prima casa da un’impresa che applica l’Iva, beneficia delle seguenti agevolazioni:

  • aliquota IVA del 4% (invece che del 10%);
  • imposta di registro: 200 euro;
  • imposta ipotecaria: 200 euro;
  • imposta catastale 200 euro.

Senza i benefici prima casa, l’imposta di registro è invece pari al 9% e l’Iva, nelle vendite per le quali è dovuta, è pari al 10%.

Acquisto prima casa con mutuo, le agevolazioni

Chi acquista con mutuo la sua prima casa, oltre a poter accedere a offerte specifiche da parte di alcune banche, può beneficiare di una detrazione Irpef del 19% degli interessi passivi fino ad un massimo di 4000 euro.

Inoltre, a seconda dell’età dell’immobile, nel caso questo venga acquistato dall’impresa costruttrice, nel valutare l’importo del mutuo prima casa da richiedere vanno conteggiate le eventuali agevolazioni. In particolare:

Per una casa costruita da meno di cinque anni:

  • Iva al 4%;
  • Imposta di registro e catastale a 200 euro ciascuna;
  • Imposta di bollo: 230 euro;
  • Tassa catastale: 90 euro.

Per una casa costruita da più di cinque anni:

  • Iva: esente
  • Imposta di registro: 2%
  • Imposta di bollo: zero
  • Tassa catastale: zero

Mutuo prima casa: chi ha diritto alle agevolazioni fiscali

Per accedere alle agevolazioni sul mutuo per l’acquisto della prima casa occorre avere specifici requisiti:

  • non possedere abitazioni in tutto il territorio nazionale per i quali si è fruito delle agevolazioni, oppure venderle entro 1 anno;
  • non essere proprietario di abitazione nello stesso Comune in cui si richiedono le agevolazioni per l’acquisto della prima casa;
  • essere residente nel Comune in cui si acquista casa o stabilirvi la residenza in 18 mesi dall’acquisto agevolato, ovvero dimostrare che la propria sede di lavoro è situata nel suddetto Comune;
  • non essere titolare di diritto d’uso, usufrutto o abitazione di altro immobile nello stesso Comune in cui si richiede l’agevolazione sull’acquisto della prima casa.